SUCCESSIONE

ACCETTAZIONE DELL’EREDITÀ CON BENEFICIO D’INVENTARIO – LE REGOLE PER UNA CORRETTA REDAZIONE DELL’INVENTARIO

Come è risaputo, la decadenza dal beneficio di inventario comporta che l’erede viene considerato erede puro e semplice dal momento dell’apertura della successione, con la concreta conseguenza che gli eredi rispondono dei debiti dell’eredità anche con i beni propri. La decadenza dal beneficio di inventario è espressamente previsa dal dettato normativo nel caso in cui il beneficiato contravvenga ad espresse previsioni di legge poste a garanzia dei creditori ex art. 493 c.c..

Si deve inoltre tenere in considerazione che   per la vendita dei beni ereditati è necessario il rispetto delle forme dagli artt. 747 e 748 c.p.c. L’art. 748 c.p.c. stabilisce infatti  le modalità della vendita dei beni ereditari, rinviando alle forme previste per la vendita dei beni dei minori ex artt. 733 e 734 c.p.c..

Per tali ragioni è essenziale che se si decide per la vendita di beni ereditati accettati con beneficio d’inventario ciò deve avvenire per pubblici incanti o, al limite, per trattative private con fissazione del prezzo minimo da parte del Tribunale in caso contrario ne discende, che l’erede decada dal beneficio di inventario.  ipso facto come sanzione per aver agito in difetto dei richiesti requisiti, in coerenza con gli scopi di tutela cui tende la norma.

Un altro aspetto da non sottovalutare è la redazione dell’inventario poiché altrimenti vi è il rischio concreto di decadere dal benefico d’inventario.

Come è risaputo, infatti, l’inventario ex art. 775 c.p.c., è un’operazione compiuta nell’interesse dei creditori e dei legatari a garanzia della non dispersione dei beni ereditari. Esso consiste nell’individuazione delle attività e passività del patrimonio ereditario e nella loro elencazione in un apposito atto. Dalla ratio della redazione dell’inventario oltre che dalla lettera dell’art. 494 c.c., discende che qualsiasi omissione anche solo parziale nell’indicazione dei beni ereditari è idonea a ledere i diritti dei creditori ed è pertanto sanzionabile con la decadenza dal beneficio d’inventario.

Ai sensi dell’art. 773 n. 2 c.p.c. nell’inventario tutti i beni mobili devono essere stimati.

Sul punto devono svolgersi alcune considerazioni qualora tra i beni vi siano partecipazioni societarie.

La giurisprudenza in tal caso considera diversamente il caso di partecipazione in società di capitali e di partecipazione in società di persone. Le quote di società di capitali, in caso di morte del socio, passano in capo all’erede (che così diventa socio) per effetto dell’accettazione dell’eredità. Ne consegue che per esse nell’inventario è sufficiente indicare il valore nominale delle quote e riportare tutti gli elementi idonei a individuare la società.

Quanto alle società di persone, invece, la posizione di socio non passa direttamente in capo all’erede per effetto della morte del dante causa ma fa sorgere in suo favore il diritto alla liquidazione della quota ai sensi degli artt. 2284 e 2293 c.c., ossia un diritto di credito.

Conseguentemente il credito, quale attività ereditaria, deve entrare nell’inventario ai sensi dell’art. 775 n. 4 c.p.c.. Tuttavia non avrebbe senso indicare il menzionato credito senza determinazione del quantum, quale mero credito illiquido.  La Corte di Cassazione ha stabilito infatti, con riferimento a un credito illiquido dipendente dalla valutazione di una quota sociale del de cuius, che nel procedere alla formazione dell’inventario l’erede deve far sì che l’inventario rifletta gli elementi reali e documentali idonei e necessari a stabilire con la maggiore precisione possibile quale fosse la situazione patrimoniale della società al momento del decesso  ( Cass. 7/5/1974 n. 1278 in Foro it., 1974, I, 2012). Se nell’inventario non vi è alcuna indicazione della stima delle quote delle società di persone rientranti nell’attivo ereditario e tale omissione rappresenta una lacuna operata in mala fede allo scopo di ledere i diritti dei creditori, essa deve essere sanzionata con la decadenza dal beneficio ex art. 494 c.c.

Non si deve dimenticare che nell’attivo ereditario sono compresi anche il denaro, i gioielli e la mobilia ex art.8 D.P.R. 637/1972 e succ. mod., per un importo pari al 10% del valore complessivo netto dell’asse ereditario detratto un ammontare pari a quello degli scaglioni non assoggettabili a imposta, anche se dichiarati per un importo minore, salvo che siano dichiarati e analiticamente indicati in inventario per il minore importo idoneamente dimostrato. Ovviamente, di tale importo, nell’inventario è obbligo darvi conto nell’inventario ex artt. 484 c.c. e 775 c.p.c..

La  giurisprudenza sul punto ha precisato: che “è inidoneo al superamento della presunzione dell’esistenza nell’eredità di gioielli, denaro e mobilia di cui all’art. 31 r. d. 30 dicembre 1923, n. 3270, il verbale d’inventario redatto dal notaio che, in violazione dell’art. 775, c. p. c., invece di dare la certezza dell’accertamento per sua ricognizione diretta, abbia fornito tale certezza attraverso la dichiarazione, non responsabile oltre che interessata, del comparente erede. Comm. trib. centr., 09/07/1985, n. 6615”. Ne consegue che anche tale circostanza può costituire un’omissione condotta consapevolmente e in mala fede nella redazione dell’inventario con pertanto la decadenza del beneficio dell’inventario.